lunedì 5 febbraio 2018

Otto lettere (Auguri Giorgina)


D’accordo, il segreto è guardare le cose dall’alto, possibilmente dai titoli di coda, poiché - checche se ne dica - il finale fa sempre la differenza, nei film e nei libri come nella vita, quando si mette tutto in fila e si distingue il buono dal gramo, i rimorsi dai rimpianti, la verità dalla bugia.

Il primo giorno in cui sei nata non lo ricordo perfettamente, so che eri in anticipo di un mese, a differenza dei ritardi con cui rincasi spesso ora, la sera. Allora come oggi non ne ho mai fatto un dramma, sapendo che sarebbe impossibile, oltre che contro natura, metterti sotto una campana di vetro, pretendere di proteggerti “togliendoti” dal mondo. Per questo fin da quando eri bambina ho cercato di intrecciare per te due sentimenti che stanno in piedi soltanto se vanno a braccetto: coraggio e fiducia.

Ci sono attimi di noi a cui sono più affezionato. Ad esempio la mattina presto quando per svegliarti ti sussurro all’orecchio frasi che vorrebbero essere divertenti e tu sorridi anche se divertenti non ti sembrano affatto e nove volte su dieci manderesti a quel paese chiunque. Chiunque, tranne me. A conferma di quanto forte è il legame degli affetti, il considerarsi speciali a vicenda.

I momenti brutti li vivono tutti, quello peggiore con te è stato una vigilia di Natale, undici anni fa. Ti avevano ricoverato per quella che pareva una banale febbre alta, invece il medico ci aveva chiamati per dirti che qualcosa non andava, che il tuo polso batteva strano, che occorreva fare accertamenti immediati e nel caso operarti al cuore, intervenire d’urgenza. Ricordo la corsa nei corridoi sotterranei del vecchio Sant’Anna, tu piccina piccina sulla barella, io che chiamavo tua nonna per dirle che non potevo andare a prendere all’altro ospedale tuo nonno, ormai in fin di vita, tacendo però su quello che stava capitando con te, per non spaventarla. Buio. Buio per una mezz’ora. Il silenzio delle stanze vuote, il ronzio dell’apparecchiatura che diagnosticava, l’attesa del responso finale. Luce. La luce della lampada accanto alla dottoressa della specialistica, la sua voce calda, le rassicurazioni, la mano di tua madre nella mia, le lacrime liberatorie sulle guance, tu sdraiata sul lettino con i capelli raccolti a treccia, nessuna malattia grave, nessuna operazione al cuore da fare, lo scampato pericolo e una gioia piana, immensa.

Oltre i singoli istanti memorabili del passato c’è l’attesa per la persona che sarai, la donna che già sei e che diventerai. Attesa, non ansia. Dare tempo al tempo è una lezione che ho imparato dalla vita, pur se comprendo la tua impazienza, il tuo desiderio di provare, di sperimentare, di crescere e diventare adulta. Non ti fermerò, non farò prediche mettendoti in guardia o ammonendoti che invece l’età più bella è la tua. Mi limiterò a questo: goditi sempre il tuo tempo, cerca di gustarne ogni istante, ogni  stagione, sappi vedere di ogni bicchiere il mezzo pieno e abbi sogni ad occhi aperti a cui pensare, specie quando chiudi gli occhi e vai a letto. Non conosco altre ricette per diventare una persona soddisfatta, realizzata, contenta.

T’innamorerai, come e forse più di quanto ti sia innamorata finora. T'innamorerai e imparerai ad amare, che rispetto all'innamorarsi non "capita", bensì richiede un moto di volontà, un'azione concreta, precisa. T'innamorerai e imparerai ad amare e soprattutto ad essere amata, pur se raramente incrocerai occhi identici a quelli che hai incontrato oggi, mentre ti veniva consegnato un ricordo piccolo ma prezioso, che parla delle tue radici e rimanda a quanto forte è il legame d'amore, che sbaraglia persino le barriere del tempo, dello spazio, della distanza. Siine fiera e testimone di quell'amore, a tua volta.

Ti ho detto quasi tutto, spero di non essere stato pedante.

Ormai sono alla fine di questo post, ho scritto molto. Otto capoversi, che - se ci fai caso - iniziano ciascuno con lettere che se le metti in fila compongono il numero dei tuoi anni, oggi: diciotto. Te l’ho scritto all’inizio: anche la vita è così e queste righe ne sono una conferma: per comprenderla devi “leggerla” fino in fondo e guardarla dall’alto, senza fretta. Auguri Giorgina.

giovedì 1 febbraio 2018

La notizia in prima pagina (Grazie Bruno)

("Andate al mare!" dice Jack Ma,
il fondatore di Alibaba,
suggerendo l'idea che dopo i sessant'anni
bisognerebbe mettere al primo posto
il benessere, fisico e mentale.
Io non credo che Bruno lo farà,
ma glielo auguro)
C'è un filo rosso che "rilega" ogni giornale con un'anima.
A La Provincia di Como quel filo per quarant'anni lo ha tessuto un uomo che da oggi è in pensione: Bruno Profazio.
Bruno Profazio a La Provincia non ha semplicemente lavorato quarant'anni. Bruno Profazio per quarant'anni "è stato" La Provincia.
Mi piace ricordarlo qua, per gratitudine personale, stima e pubblica riconoscenza.
Non sono stato mai suo amico, nel senso che sarei disonesto se dicessi che l'ho frequentato e conosciuto al di fuori di via Paoli. Di contro, non avendo egli maggiore interesse e orizzonte che il giornale, posso azzardare di averlo conosciuto benissimo, apprezzando in lui un sapere professionale che si è costruito come certi collezionisti pazienti, estraendo il meglio dai molti giornalisti eccellenti che ha avuto accanto, riuscendo a cavare e trasmettere il meglio di ciascuno, diventando a sua volta maestro.
Un maestro, e qui aggiungo un altro tassello per chi non conoscesse l'uomo, che è sempre stato distante dalla cattedra, preferendo insegnare con l'esempio, con uno stile da monaco certosino di cui per altro, a parte il saio, ha tutto: la voce tenue, il passo felpato, i modi bonari, una determinazione che lambisce la cocciutaggine, gli orari antelucani (anche se per esigenze di servizio rispetto ai frati i suoi erano capovolti: prima delle dodici e mezza in redazione lo vedevi di rado, nel pomeriggio si prendeva una pausa abbondante e poi dalle sei e mezza, sette, fino a quasi il sorgere del sole era una macchina che macinava e seminava notizie come fossero grano).
Riferiscono le cronache che a volte si sia pure arrabbiato e lo abbia fatto rivelando unghie e denti aguzzi, ma di questo non sono mai stato testimone diretto, per cui mi astengo da qualsiasi giudizio. Per parlare nel dettaglio di lui c'è chi è molto più qualificato di me, essendogli stato a fianco decenni, come Lillo, Francesco, Stefano, Gugu, Nicola, Mario, Gisella, Anna, le ragazze della tipografia e molti altri, specialmente quelli che lui prendeva sotto la sua ala protettrice, di volta in volta consolandoli, esortandoli, ammonendoli, rimbrottandoli, consigliandoli in quella sorta di confessionale laico e al contempo ufficio nelle relazioni con il pubblico che era per lui la macchinetta del caffè e del tè, nel corridoio.
Un paio di volte, lo ammetto, pure io sono stato "convocato" e "ammaestrato" a dovere in quel luogo, imparando che il modo migliore per non tornarci era capire le cose al volo ed evitare contenziosi che inevitabilmente lo avrebbero visto vincitore, non soltanto perché lui era assai più tenace di me, ma soprattutto perché - onestamente - in entrambi i casi lui aveva ragione e io torto.
Faccio un esempio. Le prime domeniche di servizio come capo cronista mi presentavo in redazione quando ancora non c'era nessuno, poco dopo mezzogiorno, e come il cartografo Pigafetta (la definizione non è mia, ma di un altro collega, Giorgio Spreafico) disegnavo menabò, ordinavo articoli, impostavo pagine, imbastivo copertine, abbozzavo titoli, così che poco dopo le sei di sera il giornale era già per quattro quinti a posto. Verso le sette e mezzo, otto, puntuale come la morte, si presentava Bruno, occhi chiusi a fessura, un mezzo sorriso, girando lo stecchetto di plastica nel suo bicchierino di tè, dando il via alla riunione di redazione in cui immancabilmente tutto veniva rivoluzionato.
Una, due, tre domeniche e anche io ero diventato come Lillo Frigerio, che si imbestialiva e cominciava un tira e molla che si protraeva fino ad oltre le dieci, finché io e lo stesso Lillo per sfinimento alzavamo bandiera bianca e ci adeguavamo nolenti o volenti a quanto richiesto. Finché, un mese dopo, alla macchinetta del caffè, ho capito come potevano cambiare le cose, in meglio. "Giorgino - mi disse Bruno sussurrando, senza guardarmi negli occhi fino alla fine del discorso - tu ti occupi della cronaca della città e io dalla cronaca della città ogni giorno devo avere almeno una notizia da mettere in prima pagina".
Il resto della frase non ebbe bisogno di aggiungerla, nella mente la composi io: "O sei bravo a trovarla presto tu, quella cavolo di notizia, oppure aspetti e alle otto di sera te lo do io e voi vi adeguate. Il resto va da sé, ma il giornale deve avere un titolo forte, ogni giorno. Punto".
Una lezione di giornalismo, oltre che di vita: le priorità definiscono un giornale, altrimenti è solamente un bollettino o la schermata di un social network.
Mi fermo qua, anche perché altrimenti più che un elogio pubblico prenderebbe la forma di un "coccodrillo" (che è il termine tecnico per definire l'articolo quando ci lascia, ma per sempre, qualcuno). Per fortuna invece Bruno sta benissimo, ha da poco compiuto cinquantotto anni e sono proprio curioso di sapere come si reinventerà ora, lontano da quella che è stata per quarant'anni la sua casa e la sua chiesa.
Anzi no, devo aggiungere un altro episodio, senza il quale non racconterei l'essenziale di Bruno Profazio.
Dieci anni fa, giugno 2008. Una delle prima riunioni di redazione, per me, a La Provincia. Tavolo ovale, una dozzina di giornalisti attorno, ogni capo servizio annuncia le notizie che vorrebbe approfondire nel corso della giornata. A un certo punto dalle cronache di paese arriva la proposta di raccontare la vicenda di un parroco abituato a comprarsi auto di gran lusso. In sala silenzio. Io guardo Profazio, che da vice sostituiva quel giorno il direttore, e tra me e me penso: "Considerato quello che si dice di lui è una notizia che non uscirà mai". Non finisco di pensarlo che Profazio prende la parola e dice: "Un prete che gira in Mercedes è comunque una notizia, scriviamola". Quel giorno, nelle prime ore a La Provincia, ho capito come si fa il giornalista e cosa volesse dire lavorare in un giornale serio. Di questo e di molto altro non gli sarò mai abbastanza grato.

(La foto sopra, come quasi tutte quelle di questo blog, è di Leonora)

sabato 27 gennaio 2018

Sette, quattordici, ventuno, diciotto

Sette, quattordici, ventuno, diciotto. In quella tabellina sbilenca che è la vita, mi ritrovo a fare i conti e dare i numeri ad ogni compleanno.
Ventuno. Gli anni che ha da poco compiuto Giacomo, con le sue linee tracciate sempre per diritto, i pensieri che fanno più rumore delle parole, le spalle larghe, che per abbracciarle devo stare in punta di piedi e creano un effetto strano, poiché inverte le posizioni naturali padre, figlio, adulto, ragazzo.
Diciotto. Gli anni che tra poco compirà Giorgia, anche lei alta ma non da non poterla prendere tuttora in braccio, con i suoi balzi d'umore e una sensibilità che ha preso dalla madre, anche se da me ha imparato a mascherarla spesso.
Giacomo e Giorgia. Li vedo crescere, con uno stupore doppio: da un lato notare come si stiano formando, con una loro personalità originale e indipendente, dall'altro non potere né volere fare nulla affinché si fermi il tempo, esattamente come uno spettatore separato dalla scena da un vetro, che assiste impotente ma pure lieto di fronte all'ineluttabilità del destino.
Non ho scelto di ricordare Giacomo e Giorgia (e aggiungo anche Giovanni) oggi, per caso.
Il 27 gennaio è un giorno che ho a cuore poiché si celebra la "memoria" e alla memoria, a qualsiasi memoria, sono affezionato.
Oggi non voglio soltanto ricordare ciò che di orribile c'è stato, ma anche condividere la fortuna che ho io, che abbiamo noi, che hanno Giacomo e Giorgia e Giovanni e milioni di loro coetanei, che vivono in case più che tiepide, con nel piatto cibo abbondante e attorno visi amici invece di violenza, freddo, sangue, sofferenza, solitudine, devastazione, terrore, dolore, morte, abbandono.
Esserne consapevoli è più che un dovere: è un regalo. Un regalo che ci facciamo reciprocamente, ad ogni compleanno.

sabato 20 gennaio 2018

Il filo ingarbugliato delle cose (Nessuno è perfetto, per fortuna)


Imparo ogni giorno dalle piccole cose, pur se resto uno zuccone e per capire non basta mai una lezione.
Ieri l’altro la scoperta più recente, estraendo dalla tasca della giacca per la millesima volta gli auricolari del telefono e constatando con sorpresa che quando le ripiego con ordine poi si ingarbugliano e intrecciano e fanno nodi, mentre se le ripongo alla rinfusa nove volte su dieci, quando le riprendo, in un battibaleno sono pronte.
Così va la vita, in cui non sempre uno più uno fa due e raramente ciò che consideriamo perfetto porta frutti.
Penso al terreno senza sassi, alle camere sterili, ai panorami piatti, all’utilità degli insetti, alle relazioni prive di contrasti, al picco di gioia dopo le preoccupazioni, alle soddisfazione partorite dalle fatiche, al sollievo esaurite le paure, a quanto mi hanno reso migliore le persone peggiori, paziente con gli altri in ragione delle mie debolezze, a quanto mi sono servite le cadute, costringendomi ogni volta ad alzarmi.
Tendere all’ideale non significa disprezzare storture e dissonanze.
Credo sia utile ricordarlo pure in questo tempo di schieramenti ed elezioni, in cui differenze di pensiero e di atteggiamento si fanno più evidenti. Da parte mia faccio esercizio di tolleranza ogni giorno, evitando di farmi contagiare dal malumore cronico e dallo scandalizzarsi continuo di coloro a cui non va bene niente e si siedono sempre dalla parte della ragione. La vita è troppo breve per passarla in un continuo scontento.

mercoledì 10 gennaio 2018

L'anniversario (Dieci anni con te accanto)


Foto by Leonora

Dieci anni oggi, io che con le date non ci azzecco proprio e spesso sbaglio persino questa, che pure mi ha marchiato a fuoco.
Dieci anni con te in un altro modo, perché se scrivessi “senza te” non sarebbe giusto, non corrisponderebbe al vero.
Dieci anni dal giorno in cui hai tenuto chiusi gli occhi più a lungo e sei morto.
Sì, sei morto. Non mi piacciono i giri di parole, le perifrasi, i modi attenuati per dire cos’è successo.
È possibile che tu sia “salito alla casa del Padre”, non è vero invece che ti sia semplicemente “addormentato”, n’è tanto meno che ci abbia “lasciato”.
No, tu non ci hai lasciato. In me, in noi, nelle persone che ti hanno conosciuto vivi sempre e sempre vivrai, finché noi a nostra volta chiuderemo gli occhi per non riaprirli più, portando con noi ogni ricordo.
In tutti questi anni mi sei stato accanto. Rare quanto preziose le occasioni in cui mi sei apparso nitido, infinite invece quelle in cui ti ho nominato, spesso aggiungendo a mente ciò che già ti dicevo in vita, ringraziandoti per avermi insegnato la volontà e il piacere del dialogo, per l’essere stato un esempio, non soltanto nelle cose buone, anche nelle debolezze, nelle fragilità.
Tu non mi hai mai schiacciato, mostrandomi di ogni cosa dritto e rovescio, pure di te stesso.
Persino nella morte, nel modo in cui lo hai fatto, senza nascondere la paura ma neppure ostentandola, affrontandola con dignità, con quella serenità che accetta l’ineluttabile, quasi a proteggere me e le persone più care.
Se ripenso a quelle ore di passaggio mi viene in mente proprio questo: la dignità, la compostezza unita allo sgomento, come chi si arrende a un avversario che non può battere, piegandosi alla forza degli eventi, lasciando la vita senza rinnegarla, accettando il destino, cercando la pace nel sonno.
Dieci anni oggi, papà, un nome che ripeto spesso, con naturalezza, a testimonianza di quanto tu rimanga vivo, avendomi insegnato quasi tutto non di quello che so, ma di ciò che importa davvero.

P.S. Non era una storia triste allora, non lo è nemmeno oggi. Debbo a te pure questo, per avermi permesso di superare la paura del distacco, facendomi diventare uomo senza smarrire il sorriso.

sabato 23 dicembre 2017

Venti righe, dieci anni


Eppur mi sono scordato di te.
Eppure c'eri quando ho cambiato lavoro, quando i miei figli hanno fatto festa, mio padre è morto, tiravo una linea e facevo i conti, davo la caccia alle talpe, mi sono sentito solo, condividevo ciò che provavo, ero arrabbiato, ero contento, salutavo un amico, chiedevo scusa, ero in vacanza, seminavo l'orto, conducevo il telegiornale, leggevo un libro, visitavo le città, festeggiavo Natale, cresime, comunioni, compleanni, capodanno...
Ci sei stato sempre, anche quando ho scelto il silenzio.
Dieci, dieci anni insieme. Esattamente il primo di ottobre, anche se in quella stessa data nemmeno ci ho pensato (ecco perché l'incipit di oggi è "Eppur mi sono scordato di te"), accorgendomi soltanto ieri l'altro che era passato tutto questo tempo e con esso la bellezza di un numero tondo.
Dieci anni. Dieci anni di pensieri, parole, opere e omissioni. Dieci anni come compagno di viaggio, a volte petulante e insistente, altre discreto e scostante.
Spesso ti ho trascurato, è vero, ma mai abbandonato. Sei ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio.
Ti ho chiamato "Venti righe" e ne ho scritte migliaia, come si va in montagna, passo dopo passo, guardando il sentiero, di rado la vetta. Ed è così che farò in futuro, ricordando una delle molte cose che mi hai insegnato: il senso sta nel cammino, mai nel traguardo.

P.S. "Venti righe", due numeri. I post ad oggi sono 882 e oltre 392.000 le pagine visualizzate. Quello più letto (33.644) ha per titolo "Anche meno". Non mi pare un caso.

martedì 19 dicembre 2017

Tendere la mano (verso tutti)


C'è chi invecchia male e chi peggio. Io peggio.
In tempi di brontolii esasperanti e di urla contrapposte mi capita di vivere, ad esempio, un fenomeno per il quale verrebbe da chiamare il medico o addirittura il pronto intervento, tanto appare curioso e raro: sento infatti una naturale pulsione ad andare d'accordo con tutti o almeno di prendere di ciascuno il meglio.
Di più! Non bastasse questa disposizione d'animo, che certo potrebbe essere giustificata dall'età che avanza e da un naturale addolcimento degli spigoli del carattere, noto con lieve sgomento che io nel trovare "le ragioni degli altri" addirittura mi applico, con ostinazione, pervicacia, reticenza persino.
Il pericolo, me ne rendo conto, è quello di cadere nel danno opposto, cioè non sostenere più le proprie, di buone ragioni, di essere tiepido e insignificante, peccando di ignavia e comportandosi come chi fa nulla e si fa scivolare addosso tutto.
Perciò scrivo queste righe, evitando il silenzio su un tema che mi è caro, poiché evidenzia parecchie contraddizioni del vivere contemporaneo.
La vicenda è presto riassunta: un'ordinanza dell'attuale sindaco di Como, che vieta l'accattonaggio in centro città tra dicembre e gennaio.
Apriti cielo! Tacito assenso di molti, proteste vigorose di altrettanti, con campo di battaglia dialettica la vera Austerlitz (o Waterloo) di questo scorcio di secolo: Facebook.
Senza lance, scudi, mostrine o pennacchi, mi armo di coraggio anch'io, lasciando traccia di qualche appunto sparso, senza pretese di esaustività, semmai con la pretesa di provocare una riflessione meno banale dell'ovvio, convinto come sono che su simili questioni non il monologo, bensì il dialogo, il confronto riescono a plasmare le coscienze e individuare i percorsi a misura d'uomo.

Buone (o per lo meno "accettabili") ragioni pro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Vietare l'accattonaggio ha evidenziato un problema, invece di nasconderlo.
  • Consentire l'accattonaggio non è la soluzione di un problema, bensì l'ammissione di un fallimento, quello di una società che crea emarginazione.
  • In assenza di "presa in carico" e di regole il bisogno diventa abuso e l'abuso genera insofferenza, se non palese ostilità indiscriminata, aumentando di fatto l'emarginazione dei più deboli.
  • Quella del "povero buono", che "merita" di essere aiutato, è una retorica di cui si abusa spesso, tuttavia è pure la bussola che tuttora orienta la scelta della maggior parte delle persone nel concederlo o meno, un aiuto. Senza controllo e dunque discernimento non faccio del bene: al più me ne lavo le mani, come Pilato.
  • Spesso chi chiede l'elemosina è sfruttato a sua volta e consentire una presenza indiscriminata, senza controlla, alimenta il sopruso, favorendo in alcuni casi la criminalità.


Buoni (o per lo meno apprezzabili) motivi contro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Apparteniamo a una tradizione umanistica e cristiana che da duemila anni a questa parte indica che non si voltano le spalle né tanto meno si bastona chi tende la mano.
  • La cultura contadina di cui siamo figli dà testimonianza, attraverso i nostri padri e ai padri dei loro padri, che una ciotola di minestra e un giaciglio asciutto, spesso in cascina e nel fienile, era garantito a chiunque.
  • Limitarsi al divieto, senza accompagnarlo da alcuna proposta, è ipocrita tanto quanto inveire contro il divieto: in entrambi i casi manca una presa di responsabilità.

In sintesi: possiamo discutere dei pro e dei contro con fermezza e al tempo stesso pacatezza,  invece di insultarci e azzannarci l'un l'altro? E' possibile, mi chiedo, una città che senza pregiudizi si metta "in relazione" con le persone che chiedono l'elemosina e se ne prenda carico? Possiamo, almeno tra noi, costruire ponti invece di muri, e fare in modo che le energie ora disperse litigando possano essere investite facendo insieme qualcosa di buono?

sabato 16 dicembre 2017

La porta aperta (Natale con chi puoi)


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Riprendo lo spirito originario di questo spazio, cercando in poche righe di riassumere i molti pensieri di un periodo professionalmente fecondo, in cui da un lato continuo ciò che avevo intrapreso due anni or sono, dall'altro sperimento nuovi programmi.
Quello principale, avviato due mesi fa, si chiama "Via Novelli Social Club" (cliccando qui uno scorcio di trasmissione, tanto per capire cos'è) ed è realizzato grazie al contributo di ragazzi delle scuole superiori e ad un gruppo straordinario di persone che compongono il Media Center dell'Eco di Bergamo e di BgTv.
Registrando in studio capita sovente di cogliere alcune intuizioni che nella mia testa poi rimbalzano e si ripropongono quali piccoli frammenti di verità o - per stare con i piedi per terra - come spunti interessanti, stralci di un possibile prontuario di atteggiamento personale.
Prendiamo ieri. In un carosello di colleghi ospitati per dare forma ad una lunga puntata da mandare in onda il pomeriggio di Natale, tra una stretta di mano, quattro chiacchiere e il campanello che di volta in volta annunciava l'arrivo di questo o di quel personaggio, mi è venuto in mente che il Natale può essere essenzialmente questo: una porta aperta.
Al di là, anzi, al di qua del significato religioso e ancor più di quanto ci abbiamo poi appiccicato addosso, dallo scambio dei regali ai pranzi e alle cene, del Natale apprezzo l'essere un'occasione di incontro, l'opportunità di vedersi, trovando e andando a trovare, bussando e accogliendo.
La porta aperta non è un dettaglio accessorio, bensì l'immagine che voglio tenere impressa in questi giorni e condividere con chi mi è accanto.

venerdì 10 novembre 2017

Le parole masticate (Breve manuale di comportamento social)

Foto by Leonora
Ho passioni profonde ma pretese modeste. Per gli "amici" che passano da qui, da questo mondo vasto e sospeso chiamato "social", non ho che tre richieste: garbo, educazione, rispetto. Che tradotte si riducono a una regola semplice: scrivete soltanto ciò che direste alle persone se vi trovaste con loro faccia a faccia.
Lo scrivo  a compenso di una misura che sta raggiungendo il colmo, affranto, più che irritato, da un'irruenza, da una violenza, da un'aggressività che non comprendo, men che meno in me stesso, se non quando pesto un dito del piede contro lo spigolo del letto o allorché mi casca la bottiglia dell'olio sul pavimento.
Non sono bigotto, di pari passo detesto pure il politicamente corretto, il silenzio ipocrita, il falso buonismo e il miele versato su tutto, ma il tono e il contenuto becero di certi post, di certi commenti, mi schiantano proprio, mi prostrano come avviene per un lutto, la sconfitta della squadra del cuore, un lungo digiuno.
Ecco allora perché, senza tirarla lunga, vorrei condividere un brevissimo "Manuale di comportamento per amici o aspiranti tali", prendendo a prestito una frase che ripeteva spesso alla moglie un mio parente alla lontana, Ugo, camionista per mestiere e saggio per vocazione, persona che parlava nulla o poco: "Le parole, prima di dirle, bisognerebbe masticarle".
P.S. Masticarle, non vomitarle. Come invece accade spesso.

sabato 2 settembre 2017

Il gioco (Dimmi chi sei e ti dirò che talento hai)

Foto by Leonora
Facciamo un gioco. Sì, un gioco, insieme, in questi giorni che per molti sono di rientro, di un nuovo inizio.
Un gioco che parte da una premessa. Questa.

Guardare le persone. L'ho fatto spesso in queste settimane, osservandole a volte attentamente, altre di sfuggita, in modo vago, superficiale, sempre tuttavia con la speranza di un lampo, un'intuizione. Guardare, interessarmi a chi incrocia le mie strade non per un voyerismo appiccicoso o per soddisfare una curiosità istintiva che pur non nego, bensì con un obiettivo preciso, uno scopo particolare: comprenderne la pecularietà, quel talento che le rende a loro volta speciali, eccezionali, uniche.
Un vezzo che mi porto appresso da parecchio (credo dalla prima volta in cui sono incespicato nella frase di Einstein: "Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido") ma che negli ultimi mesi ha assunto contorni più precisi, diventando un proposito.
Ciò che conta però non è la confessione di un passatempo, bensì la consapevolezza che davvero ciascuno di noi porta con sé un'originalità, una dote che talvolta è manifesta e si esplica poi nella professione, nelle passioni coltivate, nelle qualità riconosciute, sovente invece rimane latente, inespressa, persino incompresa da chi la possiede.

Facciamo un gioco allora. Prendiamo a riferimento una o due persone (compagni, compagne, figli, figlie, padri, madri, zii, amici, amiche, parenti, serpenti, colleghi, colleghe, collegati, scollegati, chi volete voi insomma) e proviamo a capire e a rendere esplicito soprattutto qual è il loro tratto saliente, quella caratteristica che li distingue e che in loro ammirate.
E se trovate il coraggio poi ditelo loro e se non lo trovate, quel coraggio, trovatelo, fate in modo di trovarlo, di far sapere ciò che di positivo vedete, constatate, deducete, intuite.
Siate per un giorno gli Sherlock Holmes del vostro prossimo, il commissario Maigret di chi vi sta accanto, il dottor House dei talenti altrui, senza scordare di trovare un briciolo di tempo - se non l'avete mai fatto - per riflettere su qual è il vostro, di talento, e fare due più due, valutando se esso è centrale oppure defilato, marginale, accessorio nella vita che state conducendo.

P.S. "Giorgio, sei indolente ed irritante quanto un tir che sorpassa un altro tir in autostrada". D'accordo, potete dirmelo.
Oggi tuttavia è il compleanno di Giulia, mia nipote, e allora vorrei cominciare da lei, scrivendole che ho molta stima per la sua ostinazione quieta, per quella dolcezza naturale che non mette a disagio gli altri, per l'assenza assoluta di ostentazione della bellezza esteriore che madre natura (e anche madre Manuela e papà Fulvio) le ha donato, soprattutto per quella capacità di mettersi in ascolto senza mai interrompere, senza mettere ansia, per quella discrezione che trasforma il silenzio in una lavagna su cui disegnare, un ponte che collega e non in un vuoto che separa, divide.