mercoledì 10 gennaio 2018

L'anniversario (Dieci anni con te accanto)


Foto by Leonora

Dieci anni oggi, io che con le date non ci azzecco proprio e spesso sbaglio persino questa, che pure mi ha marchiato a fuoco.
Dieci anni con te in un altro modo, perché se scrivessi “senza te” non sarebbe giusto, non corrisponderebbe al vero.
Dieci anni dal giorno in cui hai tenuto chiusi gli occhi più a lungo e sei morto.
Sì, sei morto. Non mi piacciono i giri di parole, le perifrasi, i modi attenuati per dire cos’è successo.
È possibile che tu sia “salito alla casa del Padre”, non è vero invece che ti sia semplicemente “addormentato”, n’è tanto meno che ci abbia “lasciato”.
No, tu non ci hai lasciato. In me, in noi, nelle persone che ti hanno conosciuto vivi sempre e sempre vivrai, finché noi a nostra volta chiuderemo gli occhi per non riaprirli più, portando con noi ogni ricordo.
In tutti questi anni mi sei stato accanto. Rare quanto preziose le occasioni in cui mi sei apparso nitido, infinite invece quelle in cui ti ho nominato, spesso aggiungendo a mente ciò che già ti dicevo in vita, ringraziandoti per avermi insegnato la volontà e il piacere del dialogo, per l’essere stato un esempio, non soltanto nelle cose buone, anche nelle debolezze, nelle fragilità.
Tu non mi hai mai schiacciato, mostrandomi di ogni cosa dritto e rovescio, pure di te stesso.
Persino nella morte, nel modo in cui lo hai fatto, senza nascondere la paura ma neppure ostentandola, affrontandola con dignità, con quella serenità che accetta l’ineluttabile, quasi a proteggere me e le persone più care.
Se ripenso a quelle ore di passaggio mi viene in mente proprio questo: la dignità, la compostezza unita allo sgomento, come chi si arrende a un avversario che non può battere, piegandosi alla forza degli eventi, lasciando la vita senza rinnegarla, accettando il destino, cercando la pace nel sonno.
Dieci anni oggi, papà, un nome che ripeto spesso, con naturalezza, a testimonianza di quanto tu rimanga vivo, avendomi insegnato quasi tutto non di quello che so, ma di ciò che importa davvero.

P.S. Non era una storia triste allora, non lo è nemmeno oggi. Debbo a te pure questo, per avermi permesso di superare la paura del distacco, facendomi diventare uomo senza smarrire il sorriso.

sabato 23 dicembre 2017

Venti righe, dieci anni


Eppur mi sono scordato di te.
Eppure c'eri quando ho cambiato lavoro, quando i miei figli hanno fatto festa, mio padre è morto, tiravo una linea e facevo i conti, davo la caccia alle talpe, mi sono sentito solo, condividevo ciò che provavo, ero arrabbiato, ero contento, salutavo un amico, chiedevo scusa, ero in vacanza, seminavo l'orto, conducevo il telegiornale, leggevo un libro, visitavo le città, festeggiavo Natale, cresime, comunioni, compleanni, capodanno...
Ci sei stato sempre, anche quando ho scelto il silenzio.
Dieci, dieci anni insieme. Esattamente il primo di ottobre, anche se in quella stessa data nemmeno ci ho pensato (ecco perché l'incipit di oggi è "Eppur mi sono scordato di te"), accorgendomi soltanto ieri l'altro che era passato tutto questo tempo e con esso la bellezza di un numero tondo.
Dieci anni. Dieci anni di pensieri, parole, opere e omissioni. Dieci anni come compagno di viaggio, a volte petulante e insistente, altre discreto e scostante.
Spesso ti ho trascurato, è vero, ma mai abbandonato. Sei ciò che più somiglia all'uomo che vorrei essere e che sono stato, la parte migliore di me, l'eredità più bella che lascio.
Ti ho chiamato "Venti righe" e ne ho scritte migliaia, come si va in montagna, passo dopo passo, guardando il sentiero, di rado la vetta. Ed è così che farò in futuro, ricordando una delle molte cose che mi hai insegnato: il senso sta nel cammino, mai nel traguardo.

P.S. "Venti righe", due numeri. I post ad oggi sono 882 e oltre 392.000 le pagine visualizzate. Quello più letto (33.644) ha per titolo "Anche meno". Non mi pare un caso.

martedì 19 dicembre 2017

Tendere la mano (verso tutti)


C'è chi invecchia male e chi peggio. Io peggio.
In tempi di brontolii esasperanti e di urla contrapposte mi capita di vivere, ad esempio, un fenomeno per il quale verrebbe da chiamare il medico o addirittura il pronto intervento, tanto appare curioso e raro: sento infatti una naturale pulsione ad andare d'accordo con tutti o almeno di prendere di ciascuno il meglio.
Di più! Non bastasse questa disposizione d'animo, che certo potrebbe essere giustificata dall'età che avanza e da un naturale addolcimento degli spigoli del carattere, noto con lieve sgomento che io nel trovare "le ragioni degli altri" addirittura mi applico, con ostinazione, pervicacia, reticenza persino.
Il pericolo, me ne rendo conto, è quello di cadere nel danno opposto, cioè non sostenere più le proprie, di buone ragioni, di essere tiepido e insignificante, peccando di ignavia e comportandosi come chi fa nulla e si fa scivolare addosso tutto.
Perciò scrivo queste righe, evitando il silenzio su un tema che mi è caro, poiché evidenzia parecchie contraddizioni del vivere contemporaneo.
La vicenda è presto riassunta: un'ordinanza dell'attuale sindaco di Como, che vieta l'accattonaggio in centro città tra dicembre e gennaio.
Apriti cielo! Tacito assenso di molti, proteste vigorose di altrettanti, con campo di battaglia dialettica la vera Austerlitz (o Waterloo) di questo scorcio di secolo: Facebook.
Senza lance, scudi, mostrine o pennacchi, mi armo di coraggio anch'io, lasciando traccia di qualche appunto sparso, senza pretese di esaustività, semmai con la pretesa di provocare una riflessione meno banale dell'ovvio, convinto come sono che su simili questioni non il monologo, bensì il dialogo, il confronto riescono a plasmare le coscienze e individuare i percorsi a misura d'uomo.

Buone (o per lo meno "accettabili") ragioni pro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Vietare l'accattonaggio ha evidenziato un problema, invece di nasconderlo.
  • Consentire l'accattonaggio non è la soluzione di un problema, bensì l'ammissione di un fallimento, quello di una società che crea emarginazione.
  • In assenza di "presa in carico" e di regole il bisogno diventa abuso e l'abuso genera insofferenza, se non palese ostilità indiscriminata, aumentando di fatto l'emarginazione dei più deboli.
  • Quella del "povero buono", che "merita" di essere aiutato, è una retorica di cui si abusa spesso, tuttavia è pure la bussola che tuttora orienta la scelta della maggior parte delle persone nel concederlo o meno, un aiuto. Senza controllo e dunque discernimento non faccio del bene: al più me ne lavo le mani, come Pilato.
  • Spesso chi chiede l'elemosina è sfruttato a sua volta e consentire una presenza indiscriminata, senza controlla, alimenta il sopruso, favorendo in alcuni casi la criminalità.


Buoni (o per lo meno apprezzabili) motivi contro una banale ordinanza di ordine pubblico.
  • Apparteniamo a una tradizione umanistica e cristiana che da duemila anni a questa parte indica che non si voltano le spalle né tanto meno si bastona chi tende la mano.
  • La cultura contadina di cui siamo figli dà testimonianza, attraverso i nostri padri e ai padri dei loro padri, che una ciotola di minestra e un giaciglio asciutto, spesso in cascina e nel fienile, era garantito a chiunque.
  • Limitarsi al divieto, senza accompagnarlo da alcuna proposta, è ipocrita tanto quanto inveire contro il divieto: in entrambi i casi manca una presa di responsabilità.

In sintesi: possiamo discutere dei pro e dei contro con fermezza e al tempo stesso pacatezza,  invece di insultarci e azzannarci l'un l'altro? E' possibile, mi chiedo, una città che senza pregiudizi si metta "in relazione" con le persone che chiedono l'elemosina e se ne prenda carico? Possiamo, almeno tra noi, costruire ponti invece di muri, e fare in modo che le energie ora disperse litigando possano essere investite facendo insieme qualcosa di buono?

sabato 16 dicembre 2017

La porta aperta (Natale con chi puoi)


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Riprendo lo spirito originario di questo spazio, cercando in poche righe di riassumere i molti pensieri di un periodo professionalmente fecondo, in cui da un lato continuo ciò che avevo intrapreso due anni or sono, dall'altro sperimento nuovi programmi.
Quello principale, avviato due mesi fa, si chiama "Via Novelli Social Club" (cliccando qui uno scorcio di trasmissione, tanto per capire cos'è) ed è realizzato grazie al contributo di ragazzi delle scuole superiori e ad un gruppo straordinario di persone che compongono il Media Center dell'Eco di Bergamo e di BgTv.
Registrando in studio capita sovente di cogliere alcune intuizioni che nella mia testa poi rimbalzano e si ripropongono quali piccoli frammenti di verità o - per stare con i piedi per terra - come spunti interessanti, stralci di un possibile prontuario di atteggiamento personale.
Prendiamo ieri. In un carosello di colleghi ospitati per dare forma ad una lunga puntata da mandare in onda il pomeriggio di Natale, tra una stretta di mano, quattro chiacchiere e il campanello che di volta in volta annunciava l'arrivo di questo o di quel personaggio, mi è venuto in mente che il Natale può essere essenzialmente questo: una porta aperta.
Al di là, anzi, al di qua del significato religioso e ancor più di quanto ci abbiamo poi appiccicato addosso, dallo scambio dei regali ai pranzi e alle cene, del Natale apprezzo l'essere un'occasione di incontro, l'opportunità di vedersi, trovando e andando a trovare, bussando e accogliendo.
La porta aperta non è un dettaglio accessorio, bensì l'immagine che voglio tenere impressa in questi giorni e condividere con chi mi è accanto.

venerdì 10 novembre 2017

Le parole masticate (Breve manuale di comportamento social)

Foto by Leonora
Ho passioni profonde ma pretese modeste. Per gli "amici" che passano da qui, da questo mondo vasto e sospeso chiamato "social", non ho che tre richieste: garbo, educazione, rispetto. Che tradotte si riducono a una regola semplice: scrivete soltanto ciò che direste alle persone se vi trovaste con loro faccia a faccia.
Lo scrivo  a compenso di una misura che sta raggiungendo il colmo, affranto, più che irritato, da un'irruenza, da una violenza, da un'aggressività che non comprendo, men che meno in me stesso, se non quando pesto un dito del piede contro lo spigolo del letto o allorché mi casca la bottiglia dell'olio sul pavimento.
Non sono bigotto, di pari passo detesto pure il politicamente corretto, il silenzio ipocrita, il falso buonismo e il miele versato su tutto, ma il tono e il contenuto becero di certi post, di certi commenti, mi schiantano proprio, mi prostrano come avviene per un lutto, la sconfitta della squadra del cuore, un lungo digiuno.
Ecco allora perché, senza tirarla lunga, vorrei condividere un brevissimo "Manuale di comportamento per amici o aspiranti tali", prendendo a prestito una frase che ripeteva spesso alla moglie un mio parente alla lontana, Ugo, camionista per mestiere e saggio per vocazione, persona che parlava nulla o poco: "Le parole, prima di dirle, bisognerebbe masticarle".
P.S. Masticarle, non vomitarle. Come invece accade spesso.

sabato 2 settembre 2017

Il gioco (Dimmi chi sei e ti dirò che talento hai)

Foto by Leonora
Facciamo un gioco. Sì, un gioco, insieme, in questi giorni che per molti sono di rientro, di un nuovo inizio.
Un gioco che parte da una premessa. Questa.

Guardare le persone. L'ho fatto spesso in queste settimane, osservandole a volte attentamente, altre di sfuggita, in modo vago, superficiale, sempre tuttavia con la speranza di un lampo, un'intuizione. Guardare, interessarmi a chi incrocia le mie strade non per un voyerismo appiccicoso o per soddisfare una curiosità istintiva che pur non nego, bensì con un obiettivo preciso, uno scopo particolare: comprenderne la pecularietà, quel talento che le rende a loro volta speciali, eccezionali, uniche.
Un vezzo che mi porto appresso da parecchio (credo dalla prima volta in cui sono incespicato nella frase di Einstein: "Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido") ma che negli ultimi mesi ha assunto contorni più precisi, diventando un proposito.
Ciò che conta però non è la confessione di un passatempo, bensì la consapevolezza che davvero ciascuno di noi porta con sé un'originalità, una dote che talvolta è manifesta e si esplica poi nella professione, nelle passioni coltivate, nelle qualità riconosciute, sovente invece rimane latente, inespressa, persino incompresa da chi la possiede.

Facciamo un gioco allora. Prendiamo a riferimento una o due persone (compagni, compagne, figli, figlie, padri, madri, zii, amici, amiche, parenti, serpenti, colleghi, colleghe, collegati, scollegati, chi volete voi insomma) e proviamo a capire e a rendere esplicito soprattutto qual è il loro tratto saliente, quella caratteristica che li distingue e che in loro ammirate.
E se trovate il coraggio poi ditelo loro e se non lo trovate, quel coraggio, trovatelo, fate in modo di trovarlo, di far sapere ciò che di positivo vedete, constatate, deducete, intuite.
Siate per un giorno gli Sherlock Holmes del vostro prossimo, il commissario Maigret di chi vi sta accanto, il dottor House dei talenti altrui, senza scordare di trovare un briciolo di tempo - se non l'avete mai fatto - per riflettere su qual è il vostro, di talento, e fare due più due, valutando se esso è centrale oppure defilato, marginale, accessorio nella vita che state conducendo.

P.S. "Giorgio, sei indolente ed irritante quanto un tir che sorpassa un altro tir in autostrada". D'accordo, potete dirmelo.
Oggi tuttavia è il compleanno di Giulia, mia nipote, e allora vorrei cominciare da lei, scrivendole che ho molta stima per la sua ostinazione quieta, per quella dolcezza naturale che non mette a disagio gli altri, per l'assenza assoluta di ostentazione della bellezza esteriore che madre natura (e anche madre Manuela e papà Fulvio) le ha donato, soprattutto per quella capacità di mettersi in ascolto senza mai interrompere, senza mettere ansia, per quella discrezione che trasforma il silenzio in una lavagna su cui disegnare, un ponte che collega e non in un vuoto che separa, divide.

mercoledì 26 luglio 2017

L'equilibrio della bicicletta (e il bicchiere mezzo pieno)

Foto by Leonora
Felicità è condizione instabile, un lampo nel cielo, equilibrio precario al lato della strada, in sella a una bicicletta che non si muove d'un metro. Perciò ho smesso da un pezzo di pretenderla: l'accetto quando c'è, come un dono, e mi accontento di altro, di giorni densi, sereni, goduti appieno.
Ti guardo in una fotografia trovata tra le pagine di un libro, con i tuoi cinque o sei anni, mentre sorridi da orecchio a orecchio e immagino quel lontano istante perfetto, augurandomi che ogni giorno tu possa viverne uno identico, nonostante il bimbo che eri nel frattempo sia diventato uomo.
Ho sempre pensato, illudendomi, che per farti crescere felice avrei dovuto darti tutto. Sbagliavo.
Tutto ciò che ti occorre in dote è invece la capacità di incuriosirti, di interessarti, di stupirti, di appassionarti, insieme con la possibilità di mettere a frutto il tuo talento.
Me lo appunto qui, sapendo che al di là delle parole conta l'esempio e l'esempio spero di dartelo ogni giorno, pur con i mille difetti che mi porto appresso, cercando di essere un uomo soddisfatto, oltre che fortunato, quale sono.
P.S. Questi giorni, con sole, lieve brezza e zero umidità, sono tra i più belli dell'anno. Lo scrivo qua, come pro memoria per me stesso, poiché in tempi in cui ci si lamenta di tutto e del contrario di tutto, considero un dovere civico guardare al bicchiere mezzo pieno (non soltanto quello del vino).

domenica 9 luglio 2017

L'angelo mancato (Tutto passa, tutto si aggiusta, sempre)

Foto by Leonora
Al momento opportuno m'è mancato l'ardire per rivolgere loro una parola, per interrompere il pianto affranto di lei e lo sgomento imbarazzato di lui, che la guardava con occhi disorientati e tristi, senza sapere cosa fare, cosa dire, se sedersi accanto o cingerla in un abbraccio.
Loro erano due ragazzi tra i diciassette e i vent'anni, appartati sui gradini di una scaletta ai margini del piazzale della stazione, lei capelli neri, lunghi fino alle spalle, occhiali, calzoncini corti, lui bermuda chiari, capelli ricci, una faccia da adolescente rimasto dentro ancora bambino, una maglietta verde acido con sulla schiena la scritta in maiuscolo: "Animatore".
Non so cosa avessero. Lei parlava concitata, con momenti di vera disperazione e lacrime abbondanti, come chi ha nel cuore una pena enorme e le sta cadendo il mondo addosso; lui ascoltava attonito e impacciato, quasi volesse rassicurarla, dirle "Ci penso io", ma senza ruscirci perché di pensarci lui non sembrava affatto pronto.
Mi sono imbattuto in quella scena per caso, camminando fin lì perché ero al telefono e volevo evitare il rumore della gente, il frastuono del traffico. Dopo averli notati, continuando la conversazione, sono passato innanzi un paio di volte, senza che nessuno dei due vi facesse caso, e la terza volta, dopo aver salutato chi stava parlando con me, sono stato tentato di fermarmi, di rivolgere loro una parola, svestendo i panni dello sconosciuto e indossando quelli del padre, del ragazzo più grande, di colui che anche se non richiesto può dare una mano.
Non l'ho fatto. Il timore di essere invadente, insolente, mi ha fatto tirare dritto, salvo poi pentirmene, con il dubbio che i piedi non mi avessero portato lì per caso, che magari avevo un compito e non l'ho assolto (dimostrando così che la distanza tra il tirare dritto e l'interessarsi è esigua ma pur distingue il pavido dal coraggioso).
Non so cosa avessero, dicevo. Nella mia limitata fantasia ho ipotizzato che lei fosse stata bocciata oppure che lui volesse lasciarla oppure, se dovessi scommetterci un centesimo, che fosse rimasta incinta o temesse di esserlo.
Non so cosa avessero e non lo saprò mai, ma so cosa avrei dovuto dire io e non ho detto, cioè di non temere, di non preoccuparsi, di non considerarla una tragedia, qualsiasi cosa fosse, perché nella vita tutto passa, tutto si sistema, tutto si aggiusta.
"Non piangete" sono state le parole che non ho detto. "Non piangete e qualsiasi spina abbiate tornate a casa dai vostri genitori, specialmente tu ragazzina, sapendo che nessun problema, nessuno sbaglio è più grande del bene che ti vogliono".
Queste parole mi sono mancate e non me lo perdono, perciò le scrivo qua, perché se a quei due ragazzini non possono arrivare, almeno giungano alle persone che passano di qua, oltre a rimanere come pro memoria per me stesso: per quanto grande, nessuna disperazione dura in eterno e dopo ogni tempesta esce sempre il sereno.
P.S. Con l'augurio che se mai uno dei miei figli si trovasse in una situazione simile possa trovare un essere umano più coraggioso di me, trasformandosi occasionalmente in quell'angelo custode che non ho saputo essere io.

sabato 1 luglio 2017

L come Luglio (e L'ora dei lupi)

Foto by Leonora
L'ora dei lupi. Così lo chiamava Ingmar Bergman, quel preciso istante della notte in cui si tirano le somme e non si può mentire a se stessi e ci si trova soli pure se si ha qualcuno accanto, da stringere.
A nulla in quell'istante valgono fama, gloria, denaro, potere, poiché in quell'ora si rimane nudi, vestiti soltanto del buono che abbiamo saputo cucirci addosso, voce che fa eco alla propria voce, pugni che stringono frammenti.
L'ora dei lupi m'è venuta in mente in questi giorni, incrociando di sfuggita i miei figli, in quella porta girevole che diventa ogni casa quando i bimbi che erano si trasformano in ragazzi, giovani, adolescenti.
Mi somigliano tutti e tre, pur per aspetti diversi. Anch'essi, come io alla loro età, sentono il bisogno di mutare le radici in rami, di spiegare a falcate le gambe sulle quali hanno imparato a reggersi.
La loro età dell'innocenza, me ne rendo conto, sta per terminare e non lo scrivo rammaricandomene: nella vita questo ho imparato, che sono tutte stagioni, ciascuna con i suoi frutti, insieme buoni e grami.
L'unico desiderio, se posso permettermi, è quello di saperli sereni, così che non temano alcuna ora dei lupi o l'attendano persino, sperando di averli educati alla ricerca della felicità, che non è mai legata ad aspetti materiali, ma ha sempre sede dentro sé e si nutre di generosità, di apertura, di sorrisi, di comprensione, di curiosità, di passioni, di slanci.
Questo è l'augurio per loro e per tutti coloro che passano di qua e che proprio per questo considero amici: di essere felici a momenti e di voler bene a se stessi, sempre.

sabato 25 marzo 2017

L'Amore è un filo elastico (Lettere da una professoressa)


Foto by Leonora
"L'Amore è un filo elastico". Lo dice a bassa voce, senza enfasi, come di passaggio, mentre io - ripensandoci - lo scriverei a caratteri cubitali, ci farei una lapide, il titolo di un libro, un tatuaggio.
Me la sono ritrovata di fronte trent'anni dopo, stessi capelli scuri, stessi occhi, egualmente minuta eppure resistente, combattiva, energica, coriacea, soltanto il viso un po' più scavato e le rughe d'espressione e i solchi delle amarezze, delle delusioni, delle sofferenze che ha avuto.
Debbo a lei buona parte dell'uomo che sono, pure se è stata mia insegnante qualche mese solo. Supplente di filosofia, il terzo anno del liceo. Un'interrogazione programmata da tempo, quattro prescelti, il giorno fatidico in classe se ne presentò uno soltanto, io. Ricordo distintamente quella mattina, il desiderio di starmene a casa, il senso di colpa per la tentazione, la volontà di non deludere i miei genitori, persone semplici, che neanche sapevano cosa accadesse a scuola ma avevano una regola semplice: tutti devono fare il loro dovere, andiamo a lavorare noi, vai a studiare tu. Soprattutto per questo, nonostante fossi sostanzialmente un asino, per di più pigro, in cinque anni di superiori non ho mai bigiato un giorno che fosse uno. Nemmeno quello, che pur avevo studiato nulla ed ero entrato in classe con un peso, constatando di essere dei quattro il solo presente all'appello. Per non farmi mancare nulla lei, la professoressa Milani, dopo aver biasimato gli assenti si era lanciata in un elogio, dipingendomi come un Ernesto Derossi da libro Cuore, dicendo alla classe che per fortuna almeno uno era presente, almeno uno non aveva tradito la fiducia riposta, almeno uno aveva studiato.
"Professoressa, devo dirle una cosa - ricordo ora che mi guardavo i piedi, prima di fissarla negli occhi e confessare contrito - non sono preparato".
Silenzio. Trenta secondi di silenzio. Trenta secondi che sembravano cento, un'ora, un anno. Il suo sguardo fisso su di me, qualche sorriso imbarazzato dei compagni. Finalmente la sua voce, ferma: "Non fa nulla, almeno hai avuto il coraggio di presentarti, di dirmelo. A te concedo un'altra possibilità, tra una settimana esatta, questo stesso giorno".
Il finale della storia è spiccio. In quella settimana studiai un sacco, all'interrogazione presi un voto alto e per entrambi i quadrimestri mantenni una media mai raggiunta in nessun'altra materia. Agli scrutini di giugno, seppi più tardi dall'insegnante di scienze, gli altri docenti avevano già deciso che dovevo essere bocciato ma lei, la professoressa Milani, fece il diavolo a quattro, e a differenza di una dozzina di compagni fui risparmiato, con due esami a settembre e null'altro.
"L'Amore è un filo elastico" mi dice ora, che l'ho davanti, parlando del rapporto tra genitori e figli, tra professori e studenti e in generale.
Per trent'anni mi sono proposto di ringraziarla di persona e finalmente, lunedì scorso, l'ho fatto, passandola a trovare al liceo classico, dove insegna tuttora.
L'Amore è un filo elastico, lo penso anche io. L'Amore è un filo elastico che non deve essere né poco lungo, né troppo lasso, a volte bisogna trattenere ma altrettante lasciare andare, dare spago.
E mentre la ascolto, la guardo, inevitabilmente mi emoziono, pensando alla fiducia che mi ha dato, alla scommessa fatta su un ragazzino che anche grazie a lei è diventato uomo.
Lo scrivo qui, per ricordare di essere io a dover dare fiducia, ora, alle molte persone che sulla mia strada incontro e soprattutto per ringraziare lei e tutte le innumerevoli professoresse Milena Milani che sono al mondo.