domenica 22 aprile 2018

Brava Giulia (Fiducia nel futuro)



Fiducia. Una parola che non uso spesso, un sentimento che raramente esige di essere pronunciato: quando c'è, sta in piedi da solo, senza necessità di evocarlo.
Faccio eccezione, poiché in questi giorni la sento particolarmente presente, soprattutto abbinata ai termini "giovani" e "futuro".
Sarà che nei mesi recenti ho ricevuto un regalo stupendo, quello di stare a contatto e lavorare con i ragazzi delle scuole superiori, un'esperienza che si somma alla compagnia dei miei figli, anch'essi più o meno di quell'età, con ogni contatto che diventa occasione di scambio, iniezione di positività, di ottimismo, confermando ciò che già sapevo: il mondo è una ruota che gira, quasi sempre in meglio.
Ieri l'altro poi si è laureata Giulia, mia nipote, dimostrando una caparbietà, una determinazione, pure un'ambizione che molte ragazze della generazione precedente non avrebbero avuto. Sono così orgoglioso di lei, che non si è limitata a seguire un solco già segnato, costruendosi piuttosto un percorso e un destino. Molto resta ancora da fare, è vero, la laurea al giorno d'oggi non è un punto di arrivo, semmai una base di partenza, un possibile trampolino, tuttavia merita un applauso l'esserci saliti, aver compreso che l'avvenire si gioca innanzi tutto puntando in alto, cercando ciò che genera passione e dà soddisfazione davvero.

P. S. Non sono uno dei suoi moltissimi fan, sulla persona in sé ho anzi motivate riserve, tuttavia c'è una canzone di Vasco Rossi che fa da colonna sonora perfetta di questo post. Soprattutto il ritornello: "E brava Giulia, e brava Giulia / prenditi la vita che vuoi / E brava Giulia, e brava Giulia / sceglitela, certo che puoi". Brava Giulia, te lo dico anch'io, per tua fortuna (di tutti) senza cantarlo. La vita non si subisce: si sceglie. Una lezione che ci hai dato, insieme a tutte quelle che a tua volta hai imparato.

sabato 14 aprile 2018

Eravamo quattro(mila) amici al bar


https://www.flickr.com/photos/lyonora/8568192638/in/photolist-e49brW-e43zqz-e49dCA-e43zYi-e49cCL-e43Axc-e49cJ7-e49e2b-e43yvK-e49d5E-e49dJJ-e49eah-e49bHS-e49eAG-e49bNL-e49ekf-e49bDo-e43zhV-e43z3F-e43y1V-e49cQU-e49ceb-e49dsw-e49cv9
Baglioni e i suoi occhi scuri sono diventati grandi insieme e negli ultimi dieci anni mano nella mano si sono accompagnati pure i social network e questo blog.
Un bar. Così Pierluca Santoro descrive Facebook. Un bar, un luogo dove passare spesso o raramente o di tanto in tanto, per incontrare gente, per dire la propria, per sapere cosa pensano gli altri, come vanno le cose, quali gli argomenti più discussi.
In quel bar mi sono trovato bene e per anni ho accettato che diventasse più grande, con un'ampia cerchia di amici (conoscenti, sarebbe la definizione corretta), andando d'accordo con alcuni e limitandomi a osservare gli altri, proprio come in un bar, dove attorno al tuo tavolo sono pochi, molti quelli che sbirci e ogni tanto incappi in qualcuno di nuovo o scambi due parole, mentre ti alzi per andare al banco e ordinare un'altra bibita.
Un paio di mesi fa, per la prima volta, ho cambiato registro e accompagnato idealmente alla porta del "mio" bar chi non sopporto più, comprese persone che conosco di persona e di cui mi ritengo amico ma che lì - in quella bolla che molti si ostinano a ritenere vita ma rimane sempre e fondamentalmente un bar - mi risultano fastidiose come mosche nella minestra.
Breve elenco.
I negativi. Gli odiatori. Coloro a cui non va mai bene niente. I detentori della verità assoluta. Chi tifa contro (in maniera seriale, senza usare leggerezza e ironia). Quelli che hanno la puzza sotto il naso. I saccenti. I diffusori di falsità, bassezza, violenza.
Prima li tolleravo, adesso li cancello, talvolta con amarezza, altre con soddisfazione, come quando ci si libera da una zecca.
Alcuni, rarissimi, invece li conservo, pur appartenendo a una o addirittura a più delle categorie indicate qui sopra. Lo faccio non per masochismo, bensì per ricordare che il pensiero unico è comunque pericoloso, che l'omologazione è rischiosa e per continuare ad indurre, però in dosi omeopatiche, un moto di reazione, di indignazione, di ribellione alla stupidità umana.
P.S. Perché come mi ripete spesso Paolo Ferrari: "A dire sì siamo capaci tutti, ma sono i no che fanno crescere, perché marcano una differenza e costringono a un cambio di rotta".

martedì 10 aprile 2018

La tentazione del silenzio


Scrivo a molti, quasi mai a me stesso.
Dovrei farlo, più spesso, per ricordare il ragazzo che ero, quanto sono cambiato, quali invece le impronte immutabili, ciò che mi emoziona e quello che invece mi fa serrare la mascella e masticare amaro.
Mi commuovo parecchio. L'ultima volta qualche giorno fa, durante la registrazione del programma che conduco, alla visione di un breve video commissionato dall'Ats al Media Center dell'Eco.
Il tema era quello delle dipendenze, con i ragazzi di quarta superiore che l'hanno realizzato ribaltando la prospettiva, mostrando alcuni atteggiamenti che rafforzano l'autostima, che producono una specie di anticorpi per evitare che la difficoltà diventi disagio.
La scena era semplice: un bimbo che sbaglia il rigore, suo padre che ci rimane male eppure non smette di incoraggiarlo. Balzo in avanti e otto anni più tardi quel cucciolo d'uomo, diventato nel frattempo un giovanotto, segna e va ad abbracciare il genitore che l'ha sempre sostenuto.
Quando siamo tornati in studio avevo i lucciconi agli occhi e un po' me ne vergognavo. Per fortuna la regia mi ha tratto d'impaccio, impostando inquadrature da lontano o almeno non tanto vicine da notare un paio di lacrime che nel frattempo rigavano il viso.
Ho letto da qualche parte che le persone forti sono quelle che si commuovono più facilmente: io devo essere fortissimo.

P.S. Ho un ringraziamento particolare da fare, a coloro che passano da qui e mi leggono e me lo fanno sapere e si lamentano se sono pigro e mi sostengono. Già, mi sostengono. La vita non è mai una linea retta, c'è stato un tempo in cui per passione e per mestiere o qui o sul giornale scrivevo ogni giorno. Quattro anni fa altro giro di giostra, una nuova opportunità, un modo di comunicare diverso e molti fogli bianchi, un po' per scelta, un po' per caso. Spesso mi capita di preferire la lontananza, l'assenza, il silenzio, da contrapporre alle molte chiacchiere, alle parole in eccesso, al rumore di fondo costante che diventa di volta in volta sibilo, borbottio, frastuono. In queste settimane avverto tuttavia  l'urgenza di non abdicare, di far sì che la moderazione non si trasformi in accidia, disimpegno, indifferenza. Mettere a frutto il talento, non seppellirlo sottoterra insomma, poco o tanto che sia. Per farlo userò uno stratagemma, scriverò di volta in volta a qualcuno di voi, anche senza mettere il nome, per non creare imbarazzo. Non sarò insistente, ma nemmeno assente. Il filo annodato più di dieci anni fa merita di continuare ad essere tessuto.

sabato 31 marzo 2018

La mano nella tua


https://www.flickr.com/photos/lyonora/7924740076/in/album-72157631399347174/
Mi hai tenuto la mano nella tua, per tutto il tempo, la pelle morbida quanto quella di un bambino e anche sul volto era distesa, liscia, senza un ruga nonostante gli anni e il male che, dice mia madre, ti ha scavato nel profondo.
Non ci vedevamo da anni, sapevo che ti eri ammalata, ma come al solito ho badato più a correre, rimandando di mese in mese, di giorno in giorno.
Oggi mi sono deciso, ti ho trovato nel letto di un ospedale, debole eppure serena, con gli stessi occhi chiari e mansueti e dolci che ricordavo.
Hai l'età di mia mamma, tuo marito è stato il miglior amico di mio padre, sono cresciuto frequentando casa vostra e andando in vacanza insieme, quando ero piccolissimo. Poi i momenti d'incontro si sono diradati, non a scapito della qualità: bastava una visita, un saluto, un bacio, un abbraccio, per riportare quell'intimità che distingue l'amicizia autentica dalla conoscenza vaga, il bene profondo da quello blando. Le occasioni più piacevoli erano le serate in cui vi venivamo a trovare e si chiacchierava tutti insieme fino a notte fonda, io poco più che ragazzo, al pari dei tuoi figli, tuo marito mattatore indiscusso, come sanno esserlo coloro che non conoscono vie di mezzo ed esiste soltanto il niente o il tutto. Tornando a casa, in auto, con mio padre e mia madre commentavamo i discorsi fatti, tornavamo a ridere delle battute, talvolta mi addormentavo, altre invece finivo per cantare con mio papà, che aveva voce di tenore e quando era allegro non risparmiava il fiato.
Mi hai fatto un regalo oggi, ricordandomi che nella vita più di tutto importa perdonare e voler bene, cominciando da chi ci è vicino. Augurio migliore non potrebbe esserci per la giornata di domani, che è Pasqua di risurrezione e ci rammenta che anche se noi prima o poi ce ne andiamo, sempre vivo rimane ciò che c'è di mite, di buono.

sabato 24 marzo 2018

Alzati e cammina (Contro la tentazione dell'indifferenza)


Tu mi osservi, anche senza guardarmi, e io mi sento in colpa, perché non sono come dovrei essere, perché all'impegno preferisco lo svago, perché rinuncio a mettermi in gioco, perché accampo scuse e quasi sempre taccio, anche quando non sono d'accordo e mi trovo di fronte un'ingiustizia, una scorrettezza, un sopruso.
Labile è il confine tra la pazienza e la rassegnazione, tra la calma e la pigrizia, tra l'equilibrio e l'indifferenza, tra l'ascolto e il silenzio, tra l'essere rispettoso o vigliacco.
Mi vengono in mente le parole di Victor Hugo: "Ogni virtù può sfociare in un vizio".
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, mentre il mondo cambia e non so mai se in meglio o in peggio. Vorrei proteggervi, tu e i tuoi fratelli, creare una bolla, fermare il tempo, limitare lo spazio.
Sto fermo. E forse questo è il peccato più grande: rinunciare in partenza, per partito preso, senza rischiare almeno un primo passo, senza prendere posizione per paura di essere giudicato.
Riconosco le buone ragioni di ciascuno, è vero, e di questo spesso faccio vanto, tuttavia è vanità che porta a nulla senza il coraggio di affermare accanto al giusto pure cos'è sbagliato.
C'è un termine desueto ma preciso per definire un simile atteggiamento: ignavia.
Lo scrivo qui, perché ne avverto l'odore, la presenza, come un pericolo di questo tempo, in primis per me stesso.
Tu mi osservi, anche senza guardarmi, e io so cos'è giusto e cos'è sbagliato. Prima o poi, oltre a saperlo, dovrò anche farlo.

P.S. Grazie a Lara, che ho incontrato questa mattina, per caso, e che mi ha dato un consiglio spicciolo quanto prezioso: "Fai quello che ti senti di fare". Ha ragione lei e vorrei essere tanto risoluto da passare dal rendersene conto al cambiare davvero.

lunedì 5 febbraio 2018

Otto lettere (Auguri Giorgina)


D’accordo, il segreto è guardare le cose dall’alto, possibilmente dai titoli di coda, poiché - checche se ne dica - il finale fa sempre la differenza, nei film e nei libri come nella vita, quando si mette tutto in fila e si distingue il buono dal gramo, i rimorsi dai rimpianti, la verità dalla bugia.

Il primo giorno in cui sei nata non lo ricordo perfettamente, so che eri in anticipo di un mese, a differenza dei ritardi con cui rincasi spesso ora, la sera. Allora come oggi non ne ho mai fatto un dramma, sapendo che sarebbe impossibile, oltre che contro natura, metterti sotto una campana di vetro, pretendere di proteggerti “togliendoti” dal mondo. Per questo fin da quando eri bambina ho cercato di intrecciare per te due sentimenti che stanno in piedi soltanto se vanno a braccetto: coraggio e fiducia.

Ci sono attimi di noi a cui sono più affezionato. Ad esempio la mattina presto quando per svegliarti ti sussurro all’orecchio frasi che vorrebbero essere divertenti e tu sorridi anche se divertenti non ti sembrano affatto e nove volte su dieci manderesti a quel paese chiunque. Chiunque, tranne me. A conferma di quanto forte è il legame degli affetti, il considerarsi speciali a vicenda.

I momenti brutti li vivono tutti, quello peggiore con te è stato una vigilia di Natale, undici anni fa. Ti avevano ricoverato per quella che pareva una banale febbre alta, invece il medico ci aveva chiamati per dirti che qualcosa non andava, che il tuo polso batteva strano, che occorreva fare accertamenti immediati e nel caso operarti al cuore, intervenire d’urgenza. Ricordo la corsa nei corridoi sotterranei del vecchio Sant’Anna, tu piccina piccina sulla barella, io che chiamavo tua nonna per dirle che non potevo andare a prendere all’altro ospedale tuo nonno, ormai in fin di vita, tacendo però su quello che stava capitando con te, per non spaventarla. Buio. Buio per una mezz’ora. Il silenzio delle stanze vuote, il ronzio dell’apparecchiatura che diagnosticava, l’attesa del responso finale. Luce. La luce della lampada accanto alla dottoressa della specialistica, la sua voce calda, le rassicurazioni, la mano di tua madre nella mia, le lacrime liberatorie sulle guance, tu sdraiata sul lettino con i capelli raccolti a treccia, nessuna malattia grave, nessuna operazione al cuore da fare, lo scampato pericolo e una gioia piana, immensa.

Oltre i singoli istanti memorabili del passato c’è l’attesa per la persona che sarai, la donna che già sei e che diventerai. Attesa, non ansia. Dare tempo al tempo è una lezione che ho imparato dalla vita, pur se comprendo la tua impazienza, il tuo desiderio di provare, di sperimentare, di crescere e diventare adulta. Non ti fermerò, non farò prediche mettendoti in guardia o ammonendoti che invece l’età più bella è la tua. Mi limiterò a questo: goditi sempre il tuo tempo, cerca di gustarne ogni istante, ogni  stagione, sappi vedere di ogni bicchiere il mezzo pieno e abbi sogni ad occhi aperti a cui pensare, specie quando chiudi gli occhi e vai a letto. Non conosco altre ricette per diventare una persona soddisfatta, realizzata, contenta.

T’innamorerai, come e forse più di quanto ti sia innamorata finora. T'innamorerai e imparerai ad amare, che rispetto all'innamorarsi non "capita", bensì richiede un moto di volontà, un'azione concreta, precisa. T'innamorerai e imparerai ad amare e soprattutto ad essere amata, pur se raramente incrocerai occhi identici a quelli che hai incontrato oggi, mentre ti veniva consegnato un ricordo piccolo ma prezioso, che parla delle tue radici e rimanda a quanto forte è il legame d'amore, che sbaraglia persino le barriere del tempo, dello spazio, della distanza. Siine fiera e testimone di quell'amore, a tua volta.

Ti ho detto quasi tutto, spero di non essere stato pedante.

Ormai sono alla fine di questo post, ho scritto molto. Otto capoversi, che - se ci fai caso - iniziano ciascuno con lettere che se le metti in fila compongono il numero dei tuoi anni, oggi: diciotto. Te l’ho scritto all’inizio: anche la vita è così e queste righe ne sono una conferma: per comprenderla devi “leggerla” fino in fondo e guardarla dall’alto, senza fretta. Auguri Giorgina.

giovedì 1 febbraio 2018

La notizia in prima pagina (Grazie Bruno)

("Andate al mare!" dice Jack Ma,
il fondatore di Alibaba,
suggerendo l'idea che dopo i sessant'anni
bisognerebbe mettere al primo posto
il benessere, fisico e mentale.
Io non credo che Bruno lo farà,
ma glielo auguro)
C'è un filo rosso che "rilega" ogni giornale con un'anima.
A La Provincia di Como quel filo per quarant'anni lo ha tessuto un uomo che da oggi è in pensione: Bruno Profazio.
Bruno Profazio a La Provincia non ha semplicemente lavorato quarant'anni. Bruno Profazio per quarant'anni "è stato" La Provincia.
Mi piace ricordarlo qua, per gratitudine personale, stima e pubblica riconoscenza.
Non sono stato mai suo amico, nel senso che sarei disonesto se dicessi che l'ho frequentato e conosciuto al di fuori di via Paoli. Di contro, non avendo egli maggiore interesse e orizzonte che il giornale, posso azzardare di averlo conosciuto benissimo, apprezzando in lui un sapere professionale che si è costruito come certi collezionisti pazienti, estraendo il meglio dai molti giornalisti eccellenti che ha avuto accanto, riuscendo a cavare e trasmettere il meglio di ciascuno, diventando a sua volta maestro.
Un maestro, e qui aggiungo un altro tassello per chi non conoscesse l'uomo, che è sempre stato distante dalla cattedra, preferendo insegnare con l'esempio, con uno stile da monaco certosino di cui per altro, a parte il saio, ha tutto: la voce tenue, il passo felpato, i modi bonari, una determinazione che lambisce la cocciutaggine, gli orari antelucani (anche se per esigenze di servizio rispetto ai frati i suoi erano capovolti: prima delle dodici e mezza in redazione lo vedevi di rado, nel pomeriggio si prendeva una pausa abbondante e poi dalle sei e mezza, sette, fino a quasi il sorgere del sole era una macchina che macinava e seminava notizie come fossero grano).
Riferiscono le cronache che a volte si sia pure arrabbiato e lo abbia fatto rivelando unghie e denti aguzzi, ma di questo non sono mai stato testimone diretto, per cui mi astengo da qualsiasi giudizio. Per parlare nel dettaglio di lui c'è chi è molto più qualificato di me, essendogli stato a fianco decenni, come Lillo, Francesco, Stefano, Gugu, Nicola, Mario, Gisella, Anna, le ragazze della tipografia e molti altri, specialmente quelli che lui prendeva sotto la sua ala protettrice, di volta in volta consolandoli, esortandoli, ammonendoli, rimbrottandoli, consigliandoli in quella sorta di confessionale laico e al contempo ufficio nelle relazioni con il pubblico che era per lui la macchinetta del caffè e del tè, nel corridoio.
Un paio di volte, lo ammetto, pure io sono stato "convocato" e "ammaestrato" a dovere in quel luogo, imparando che il modo migliore per non tornarci era capire le cose al volo ed evitare contenziosi che inevitabilmente lo avrebbero visto vincitore, non soltanto perché lui era assai più tenace di me, ma soprattutto perché - onestamente - in entrambi i casi lui aveva ragione e io torto.
Faccio un esempio. Le prime domeniche di servizio come capo cronista mi presentavo in redazione quando ancora non c'era nessuno, poco dopo mezzogiorno, e come il cartografo Pigafetta (la definizione non è mia, ma di un altro collega, Giorgio Spreafico) disegnavo menabò, ordinavo articoli, impostavo pagine, imbastivo copertine, abbozzavo titoli, così che poco dopo le sei di sera il giornale era già per quattro quinti a posto. Verso le sette e mezzo, otto, puntuale come la morte, si presentava Bruno, occhi chiusi a fessura, un mezzo sorriso, girando lo stecchetto di plastica nel suo bicchierino di tè, dando il via alla riunione di redazione in cui immancabilmente tutto veniva rivoluzionato.
Una, due, tre domeniche e anche io ero diventato come Lillo Frigerio, che si imbestialiva e cominciava un tira e molla che si protraeva fino ad oltre le dieci, finché io e lo stesso Lillo per sfinimento alzavamo bandiera bianca e ci adeguavamo nolenti o volenti a quanto richiesto. Finché, un mese dopo, alla macchinetta del caffè, ho capito come potevano cambiare le cose, in meglio. "Giorgino - mi disse Bruno sussurrando, senza guardarmi negli occhi fino alla fine del discorso - tu ti occupi della cronaca della città e io dalla cronaca della città ogni giorno devo avere almeno una notizia da mettere in prima pagina".
Il resto della frase non ebbe bisogno di aggiungerla, nella mente la composi io: "O sei bravo a trovarla presto tu, quella cavolo di notizia, oppure aspetti e alle otto di sera te lo do io e voi vi adeguate. Il resto va da sé, ma il giornale deve avere un titolo forte, ogni giorno. Punto".
Una lezione di giornalismo, oltre che di vita: le priorità definiscono un giornale, altrimenti è solamente un bollettino o la schermata di un social network.
Mi fermo qua, anche perché altrimenti più che un elogio pubblico prenderebbe la forma di un "coccodrillo" (che è il termine tecnico per definire l'articolo quando ci lascia, ma per sempre, qualcuno). Per fortuna invece Bruno sta benissimo, ha da poco compiuto cinquantotto anni e sono proprio curioso di sapere come si reinventerà ora, lontano da quella che è stata per quarant'anni la sua casa e la sua chiesa.
Anzi no, devo aggiungere un altro episodio, senza il quale non racconterei l'essenziale di Bruno Profazio.
Dieci anni fa, giugno 2008. Una delle prima riunioni di redazione, per me, a La Provincia. Tavolo ovale, una dozzina di giornalisti attorno, ogni capo servizio annuncia le notizie che vorrebbe approfondire nel corso della giornata. A un certo punto dalle cronache di paese arriva la proposta di raccontare la vicenda di un parroco abituato a comprarsi auto di gran lusso. In sala silenzio. Io guardo Profazio, che da vice sostituiva quel giorno il direttore, e tra me e me penso: "Considerato quello che si dice di lui è una notizia che non uscirà mai". Non finisco di pensarlo che Profazio prende la parola e dice: "Un prete che gira in Mercedes è comunque una notizia, scriviamola". Quel giorno, nelle prime ore a La Provincia, ho capito come si fa il giornalista e cosa volesse dire lavorare in un giornale serio. Di questo e di molto altro non gli sarò mai abbastanza grato.

(La foto sopra, come quasi tutte quelle di questo blog, è di Leonora)

sabato 27 gennaio 2018

Sette, quattordici, ventuno, diciotto

Sette, quattordici, ventuno, diciotto. In quella tabellina sbilenca che è la vita, mi ritrovo a fare i conti e dare i numeri ad ogni compleanno.
Ventuno. Gli anni che ha da poco compiuto Giacomo, con le sue linee tracciate sempre per diritto, i pensieri che fanno più rumore delle parole, le spalle larghe, che per abbracciarle devo stare in punta di piedi e creano un effetto strano, poiché inverte le posizioni naturali padre, figlio, adulto, ragazzo.
Diciotto. Gli anni che tra poco compirà Giorgia, anche lei alta ma non da non poterla prendere tuttora in braccio, con i suoi balzi d'umore e una sensibilità che ha preso dalla madre, anche se da me ha imparato a mascherarla spesso.
Giacomo e Giorgia. Li vedo crescere, con uno stupore doppio: da un lato notare come si stiano formando, con una loro personalità originale e indipendente, dall'altro non potere né volere fare nulla affinché si fermi il tempo, esattamente come uno spettatore separato dalla scena da un vetro, che assiste impotente ma pure lieto di fronte all'ineluttabilità del destino.
Non ho scelto di ricordare Giacomo e Giorgia (e aggiungo anche Giovanni) oggi, per caso.
Il 27 gennaio è un giorno che ho a cuore poiché si celebra la "memoria" e alla memoria, a qualsiasi memoria, sono affezionato.
Oggi non voglio soltanto ricordare ciò che di orribile c'è stato, ma anche condividere la fortuna che ho io, che abbiamo noi, che hanno Giacomo e Giorgia e Giovanni e milioni di loro coetanei, che vivono in case più che tiepide, con nel piatto cibo abbondante e attorno visi amici invece di violenza, freddo, sangue, sofferenza, solitudine, devastazione, terrore, dolore, morte, abbandono.
Esserne consapevoli è più che un dovere: è un regalo. Un regalo che ci facciamo reciprocamente, ad ogni compleanno.

sabato 20 gennaio 2018

Il filo ingarbugliato delle cose (Nessuno è perfetto, per fortuna)


Imparo ogni giorno dalle piccole cose, pur se resto uno zuccone e per capire non basta mai una lezione.
Ieri l’altro la scoperta più recente, estraendo dalla tasca della giacca per la millesima volta gli auricolari del telefono e constatando con sorpresa che quando le ripiego con ordine poi si ingarbugliano e intrecciano e fanno nodi, mentre se le ripongo alla rinfusa nove volte su dieci, quando le riprendo, in un battibaleno sono pronte.
Così va la vita, in cui non sempre uno più uno fa due e raramente ciò che consideriamo perfetto porta frutti.
Penso al terreno senza sassi, alle camere sterili, ai panorami piatti, all’utilità degli insetti, alle relazioni prive di contrasti, al picco di gioia dopo le preoccupazioni, alle soddisfazione partorite dalle fatiche, al sollievo esaurite le paure, a quanto mi hanno reso migliore le persone peggiori, paziente con gli altri in ragione delle mie debolezze, a quanto mi sono servite le cadute, costringendomi ogni volta ad alzarmi.
Tendere all’ideale non significa disprezzare storture e dissonanze.
Credo sia utile ricordarlo pure in questo tempo di schieramenti ed elezioni, in cui differenze di pensiero e di atteggiamento si fanno più evidenti. Da parte mia faccio esercizio di tolleranza ogni giorno, evitando di farmi contagiare dal malumore cronico e dallo scandalizzarsi continuo di coloro a cui non va bene niente e si siedono sempre dalla parte della ragione. La vita è troppo breve per passarla in un continuo scontento.

mercoledì 10 gennaio 2018

L'anniversario (Dieci anni con te accanto)


Foto by Leonora

Dieci anni oggi, io che con le date non ci azzecco proprio e spesso sbaglio persino questa, che pure mi ha marchiato a fuoco.
Dieci anni con te in un altro modo, perché se scrivessi “senza te” non sarebbe giusto, non corrisponderebbe al vero.
Dieci anni dal giorno in cui hai tenuto chiusi gli occhi più a lungo e sei morto.
Sì, sei morto. Non mi piacciono i giri di parole, le perifrasi, i modi attenuati per dire cos’è successo.
È possibile che tu sia “salito alla casa del Padre”, non è vero invece che ti sia semplicemente “addormentato”, n’è tanto meno che ci abbia “lasciato”.
No, tu non ci hai lasciato. In me, in noi, nelle persone che ti hanno conosciuto vivi sempre e sempre vivrai, finché noi a nostra volta chiuderemo gli occhi per non riaprirli più, portando con noi ogni ricordo.
In tutti questi anni mi sei stato accanto. Rare quanto preziose le occasioni in cui mi sei apparso nitido, infinite invece quelle in cui ti ho nominato, spesso aggiungendo a mente ciò che già ti dicevo in vita, ringraziandoti per avermi insegnato la volontà e il piacere del dialogo, per l’essere stato un esempio, non soltanto nelle cose buone, anche nelle debolezze, nelle fragilità.
Tu non mi hai mai schiacciato, mostrandomi di ogni cosa dritto e rovescio, pure di te stesso.
Persino nella morte, nel modo in cui lo hai fatto, senza nascondere la paura ma neppure ostentandola, affrontandola con dignità, con quella serenità che accetta l’ineluttabile, quasi a proteggere me e le persone più care.
Se ripenso a quelle ore di passaggio mi viene in mente proprio questo: la dignità, la compostezza unita allo sgomento, come chi si arrende a un avversario che non può battere, piegandosi alla forza degli eventi, lasciando la vita senza rinnegarla, accettando il destino, cercando la pace nel sonno.
Dieci anni oggi, papà, un nome che ripeto spesso, con naturalezza, a testimonianza di quanto tu rimanga vivo, avendomi insegnato quasi tutto non di quello che so, ma di ciò che importa davvero.

P.S. Non era una storia triste allora, non lo è nemmeno oggi. Debbo a te pure questo, per avermi permesso di superare la paura del distacco, facendomi diventare uomo senza smarrire il sorriso.